Spett-attore
By redazione • nov 18th, 2008 • Category: Spett-attoreLe analisi condotte sul consumatore di merce cinematografica, lo spettatore, partono dall’assunto – fondamentalmente psicoanalitico – che la vita interiore degli individui sia il più delle volte inscatolata dalla vita quotidiana e crei quindi una tensione costante verso l’appagamento, tramite azione diretta oppure sostituto compensativo.
Musatti sosteneva che la nostra civiltà ha potuto costituirsi proprio in quanto gli uomini si sono imposti delle limitazioni all’esplicazione degli istinti, soprattutto quello sessuale e quello della violenza. Nonostante questa rinuncia forzosa, però, nell’essere umano è rimasta una inconscia nostalgia per la libertà sessuale e per la violenza. Attraverso il vissuto filmico, con le sue proiezioni- identificazioni, è finalmente possibile soddisfare in maniera non pericolosa e senza sensi di colpa o conseguenze le tendenze erotiche e gli impulsi aggressivi.
«Anche se il pubblico non è sempre disposto a riconoscerlo, proprio esso vuole sesso e violenza», asseriva lo psicoanalista, per questo sesso e violenza sono le due colonne portanti dell’industria cinematografica e molto spesso vanno avanti congiuntamente in una indistinta produzione sadomasochistica che trova plauso in molti individui: «Finalmente il cinema ci dà la possibilità di ammazzare il nostro prossimo, dopo che per tutta la vita abbiamo dovuto non soltanto astenerci volontariamente dal farlo, ma anche coltivare in noi l’orrore per la violenza.»
La mente dello spettatore è un momento produttore dello spettacolo filmico importante quanto il regista o l’attore. Il pubblico silenziosamente e indirettamente condiziona l’espressione di chi realizza il film, si verifica una sorta “complicità” inconscia tra loro. Le sollecitazioni per la produzione di un determinato film emergono anche dai bisogni e dai desideri di tutti potenziali spettatori. In questo senso chi realizza il film è interprete della volontà degli spettatori e ciò che crea è la risposta alle loro esigenze.
Un altro psicoanalista, Perrotti, osservava che lo spettatore non va al cinema per vedere il film del regista, ma per proiettare il proprio film. Lo spettatore non guarda semplicemente il film. Di più: lo immagina. Il film è una realtà che esiste solo nell’immaginazione e contemporaneamente è immaginazione di una realtà. La responsabilità di questo inganno va attribuita più allo spettatore che alla finzione inscenata nel film, poiché, citando Serceau, è lo spettatore che si costituisce «complice a priori di una rappresentazione che non trova conferma che nell’ambito della sua ideologia.»
Una volta messa in moto la macchina filmica, tuttavia, lo spettatore è determinato ad un consumo del prodotto cinematografico, da cui viene plasmato. L’immagine conduce il soggetto nell’illusione, si sostituisce ad un oggetto di cui lo spettatore non ha la possibilità di vagliare direttamente lo statuto di realtà. Inoltre, una volta di fronte allo schermo, occorre una necessità interna o esterna molto forte per riuscire a strapparsi alle immagini in movimento.
Se da un lato per “vendere di più” l’industria cinematografica realizza film che soddisfano bisogni, carenze e ideologie dei potenziali spettatori, dall’altro lato la cinematografia effettua un “plagio” nella mente degli individui ricettori-fruitori, una instillazione o istigazione di modi di pensare, di bisogni, di emozioni, che vengono assunte, entrano in circolo e diventano indispensabili, soggettive. Il cervello degli spettatori è continuamente infarcito di nuove immagini e motivazioni, apparentemente di beneficio individuale nelle aree del loisir e della vita quotidiana, che invece cementificano i vantaggi di quei pochi detentori del potere e dell’economia mondiali. A questo punto la problematica si amplia e dalla sola analisi psicologica, spesso amatoriale e senza altri fini se non l’approfondimento intellettuale, dovremmo cominciare ad introdurre un punto di vista sociologico, con le ricadute che esso comporta per la vita collettiva.
È certo però che, una volta davanti alla proiezione cinematografica, lo spettatore viene plasmato nei processi mentali e il film – riporto Morin – «lo trasforma, lo ricrea in una seconda personalità, il cui aspetto può turbare la coscienza al punto da condurla a chiedersi: Chi sono io? Dov’è la mia vera identità?»
